CARLO FACCHINI

Un artefice, un artigiano, un artista. Un ricercatore alchemico, ma anche un grande tecnico della fotografia. Aduso dunque al colloquio emozionale e razionale con materie, colori, forme, luci e le loro possibili combinazioni. Ed a coglierne il momento ottimo. Anche astronomo, forse astrologo. Alla ricerca forse dei significati dei molti linguaggi che il creato dice e non dice. Carlo Facchini ama ciò che brilla, ciò che la luce consente di far emergere dalle oscurità. L’oro, ad esempio. Per Carlo metafora e nel contempo parte per il tutto del sole grande che tutto illumina e salva dalle tenebre. Ci parla dell’uso decorativo e sacrale dell’oro nei luoghi di culto, che parrebbe rimandare a sua volta ad altro. Dell’oro in Klimt, in seguito alla visione dei mosaici ravennati. Dell’estetica dell’oro che viene dal sacro e viceversa. Solo alludendo ad una sorta di quintessenza ancora sconosciuta. La sua camera oscura ruba per noi l’attimo esatto in cui la luce interna alla goccia di pasta d’oro si sprigiona in tutta la sua pienezza, in quel giusto bellissimo modo, immersa in miscele liquide per le quali sono essenziali lunghe prove e riprove per i giusti dosaggi. Così come accade per luci esterne e colori di fondo. Come nel cosmo, così nello studio del fotografo milanese: l’esplosione del punto vibrante di luce è immensa. “ Provando e riprovando”, dettato ancor prima che per l’Accademia dei Lincei, alla base di ogni sapere in ogni tempo ed in ogni luogo del fare umano. Il fotografo ci parla dell’interazione fra operatore e materia nella giusta sintonia come elemento determinante per la riuscita. La materia d’oro lo ricambia di “lunghe notti e lunghi giorni” passati a provare e riprovare, oltre la soglia della riproducibilità esatta e nell’incontro con il caso imposto dai componenti liquidi dell’esperienza, con forme stupefacenti. Che si ripresentano in una particolarissima sequenza di simili ma non eguali; ed a volte, spesso, non sempre. Per essere poi colte nell’attimo fuggente dal desiderio di eternità e riproducibilità infinita propri del linguaggio amoroso della fotografia di Carlo. Per salvarle dalla dissoluzione di lacrime d’oro nella pioggia.

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Lascio la luce bellissima del sole
e le stelle splendenti e il sembiante della luna,
e i cocomeri maturi e le mele e le pere.

Praxilla, V sec. a.C.*

Ardano attraverso la notte lungamente
le stelle lucentissime.

Ibico di Reggio, VI sec. a C.*

“I don’t have two lives”. Annie Leibovitz.

Crediamo che Carlo Facchini ci inviti a cogliere l’attimo, ad osservare la vita in ogni sua manifestazione, anche quella ri-generativa interna ad ogni atto di morte apparente. Ed in quanto tale, respingente. Carlo fotografa un litchi in decomposizione. Anni fa avvolgeva una mela di polvere d’oro, per darle valore e donarle una relativa eternità.
Ecco, crediamo che il sole rappresenti per Carlo l’eternità, e l’oro un anelito ad essa. Almeno a quella relativa a cui ci è data una chiave di accesso. Mediante la fotografia, che “immortala”, sempre nei limiti di ciò che gli umani producono e creano. I suoi attrezzi, supporti e risultati sono composti di materia comunque deperibile...